CASCANDO NEL VORTICE

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E niente, alla fine ci sono cascato. I buoni propositi per il prossimo fine settimana (tralasciare le urne e approfittare di una possibile svolta climatica per raggiungere le spiagge più vicine, vedi articoletto precedente) sono ancora intatti, freddo permettendo. Ma nemmeno la morte di Fidel Castro (su cui scriverò, forse, più avanti, a funerali avvenuti) mi ha potuto distogliere dall’Evento dell’anno politico italiano 2016. Sono cascato nel vortice del Referendum. Vortice d’irrequietezza.

Nulla mi convincerà, da qui a domenica, che il voto e il suo esito siano decisivi per il futuro dell’Italia. Eppure, che sensazione strana quella di sentirsi addosso, per qualche tempo, come Paese, l’attenzione del mondo: dei giornali internazionali, delle Borse, dei governi stranieri. Che tensione, che giorno dopo giorno si autoalimenta, nel silenzio dei sondaggisti; mentre, approfittando dell’instabilità, un bombardamento finanziario si scarica su Milano e sui nostri titoli di Stato.

Allora vale la pena leggere Galimberti. Con cui mi trovo d’accordo su molti punti, soprattutto sulla chiosa finale; e, sul punto 1, totalmente. Insindacabile l’impossibilità teorica e pratica di un partito della Nazione, invenzione giornalistica da due lire, roba da depensanti. Sarebbe, il modello di partito della Nazione a cui s’ispira Renzi, la buona vecchia DC? Macché! La DC non era il partito della Nazione ma il partito che arrivava primo, sempre, alle elezioni nazionali. Ecco tutto. Non rappresentava la Nazione né lo Stato, ma al massimo il suo governo. Rimaneva, è sempre rimasto, solo un partito.

Trovo invece inspiegabilmente fuori luogo la posizione espressa al punto 3:

Un mondo regolato da un mercato globale colloca imprenditori e dipendenti non più l’uno contro l’altro, ma entrambi dalla stessa parte, e come controparte le leggi del mercato. Interessante, ma la stiamo prendendo alla larga. In più aggiungerei: piccoli imprenditori. Sono questi – e sono spesso ignorati – gli imprenditori ad avere come controparte le leggi del mercato e a subirle quotidianamente, proprio come i loro dipendenti; non le grandi aziende internazionali o intercontinentali, che proprio grazie al pieno dispiegarsi delle leggi del mercato sono più in forma che mai: hanno fagocitato a prezzi stracciati i pesci più piccoli e deboli, ridotto i costi con la delocalizzazione e incassato grandi profitti.

Leggi crudeli (siamo comunque stati noi occidentali a ergere il mercato e il denaro che lo esprime a unico generatore simbolico di tutti i valori), che nessun individuo, nessuna società, nessuno Stato può pensare da solo di cambiare. E allora se non vogliamo solo sognare, a questa globalizzazione del mercato dovremo adeguarci, soprattutto oggi in cui si assiste al passaggio del potere decisionale dalla politica all’economia. Ecco, qui siamo un po’ pretenziosi. Primo, perché non vedo, sinceramente, un nesso così diretto fra l’adeguamento alla globalizzazione e il voto del 4 dicembre, fra la globalizzazione e il nuovo Senato, fra la globalizzazione e il superamento del bicameralismo perfetto. Boh. Secondo, perché, nella sostanza, l’Italia alla globalizzazione si è già molto ampiamente adeguata, mi pare. Due Camere che fanno le stesse cose non sono il massimo di efficienza, ma ci rendono forse un Paese isolato e autarchico? Terzo, perché questa divaricazione – che ci fanno credere essenziale per capire come va il mondo – fra politica e economia, è molto discutibile: finché gli Stati si rivolgono anche al mercato globale per il loro finanziamento in debito i creditori faranno sempre la voce grossa.

L’impressione che ho è che qui Galimberti abbia voluto arricchire il piatto del Sì con un argomento che può far presa su molti (adeguare l’Italia ai tempi moderni, senza aspettare l’impossibile: che i tempi moderni si adeguino all’Italia); ma che questo c’entri davvero con la riforma della Costituzione è tutto da vedere. Ripeto, stiamo sopravvalutando questo voto, dando in più, lezioni d’inutile faziosità, cosa in cui noi italiani sappiamo sempre distinguerci.

 

LIBERIAMOCI DEL REFERENDUM

Liberiamoci del referendum! Non c’è cosa più tediosa, nell’Italia di oggi, delle baruffe casalinghe, dei diverbi televisivi, dei discorsi da bar e da birreria mutati d’un tratto in tribune politiche, su questo plebiscito sopravvalutato e noioso. Abbiamo alle spalle mesi e mesi di discussioni continue, logoranti e faziose. Si trova tutto online: testo costituzionale allo stato attuale, testo modificato dalla riforma Renzi-Boschi. Le librerie traboccano di volumi coi quali farsi un’idea approfondita delle ragioni di una parte e dell’altra. Si decida, in rispettoso silenzio. Con la consapevolezza che:

  1. la Costituzione è cosa umana e terrena e, pertanto, cambiarla si è potuto e si può – in meglio e, a volte, anche in peggio – e che la pretesa di farlo senza scontri e spaccature, seduti attorno a un tavolo con tarallucci, vino e il consenso unanime di tutti, è ridicola;
  2. la scienza giuridica non è una scienza dura, esatta. Quindi la sua verità è mobile e complessa. Senza patemi, troviamo eminenti costituzionalisti schierati per il Sì e altri per il No. E non sono renziani o salviniani della prima ora o coglioni prezzolati, ma gente che la Costituzione la mastica da una vita e che la insegna;
  3. prevedere come e quanto lavorerà il nuovo Senato, se sarà un guazzabuglio oppure un ingranaggio snello ed efficiente, è, a mio parere, un’operazione da cartomanti.

Detto ciò, ricordatevi che per mandare a casa un governo, in democrazia, lo strumento più adatto sono le elezioni politiche, non i referendum costituzionali. E che se siete indecisi o tutto questo vi appassiona il giusto, come al sottoscritto, c’è sempre un’opzione, e salubre: andare al mare.

MEDITAZIONI SU UNA NON-PATRIA

Qualche giorno fa mi è capitato di rileggere un testo scritto a metà degli anni Ottanta da Guido Ceronetti, uno dei più grandi scrittori italiani viventi. Non starò più di tanto a celebrare uno dei monumenti – semi-sconosciuti, purtroppo – della nostra letteratura. Che magnifica prosa! Irraggiungibile per eleganza e densità, non offusca mai una limpidezza e una originalità di pensiero rarissime. E infatti fra le doti di Ceronetti c’è, fra le più preziose, la capacità straordinaria di essere inattuale, senza essere superato. Come in Abbiamo una patria?, testo reperibile nel volume einaudiano Albergo Italia, dove il torinese, al netto di una breve analisi storico-politico-estetica, finisce per constatare l’assoluta inesistenza di una patria italica. Problema inattualissimo, certo, da salotto ottocentesco, ma su cui tornare a meditare, poiché ancora irrisolto e forse irrisolvibile.

Perché non abbiamo, e non avremo mai, una patria? Difficile digerirlo. L’amara realtà è questa: che una patria c’è o non c’è, si ha o non si ha. Vicino ai nostri confini, la Francia lo è, anche se in grave crisi, la Spagna lo è in modo viscerale, anche con le sue minacce secessionistiche; idem l’Inghilterra. E noi? Certamente per lunghi decenni, quelli post-unitari, abbiamo creduto di possederla, una patria. Abbiamo provato ad averla, a farla, a farne una questione nazionale, poiché avevamo una nazione, in fasce, senza avere una patria: vani sforzi, scrive Ceronetti.

Ci hanno fregati dunque, impunemente, prima i pedagoghi liberali e la Monarchia sabauda, con la mitologia risorgimentale, poi il dannunzianesimo, falso e politicamente inconsistente, poi la retorica fascista. Con il Duce ci siamo improvvisati eredi della Roma imperiale: patria di tutti e di nessuno, mito diluito nei secoli dall’avvento del Cristianesimo e dallo smembramento dell’Europa; credendo di avere una patria, ci siamo vestiti da civilizzatori, poi da guerrieri senza disciplina e male armati. Ma niente. L’Italia è rimasta un agglomerato di patrie cittadine e locali, dai contorni spesso vaghi, unite per opportunità e comodità. Un’entità politico-amministrativa, ma non spirituale. Lo è rimasta anche dopo la Resistenza, momento di alto valore morale, ma poco unificante, anzi, foriero di innumerevoli divisioni casalinghe. Dopo l’avvento della Repubblica, infatti, nessuna patria, ma tante Cose Forti: il partito, i sindacati, la rivoluzione, la lotta armata, il neofascismo, le mazzette; tutte a cospirare contro ogni sanità e virtù possibili dello Stato e dell’individuo. Siamo, forse, una Nazione, e ogni tanto nell’italiano appare un certo orgoglio, un amor proprio quantomeno presentabile e decente. Ma l’orgoglio in sé non basta a fare una patria: ci vuole un attaccamento alla terra che non abbiamo, un attaccamento che è forza morale, rettitudine, vigore.

Viviamo oggi in un’Europa acciaccata, trainata a fatica e controvoglia da una Germania inadatta al ruolo di capo: potenza affidabile (come da tradizione) ma testarda e politicamente arcigna. In un panorama del genere il nostro Paese, al di là delle inconcludenti scaramucce renziane amplificate da giornaletti e giornaloni, sta in un angolo, mancando le occasioni vere per ridiscutere in ampio spettro l’egemonia nordica. Non essendo una patria, ma appunto solo uno Stato e oberato da un debito enorme che gli austeri, per tenerci a bada, non perdono mai occasione di rinfacciarci l’Italia, paese NATO, nazione occidentale più per fortuna che per merito, afferma Ceronetti, è condannata a un ruolo subalterno. Il suo carattere fondamentale è la debolezza, la passività: che può diventare, nei momenti che contano, espressione di puro servilismo, genuflessione. Non essendo una patria ma al massimo, saltuariamente, una Nazione, l’Italia ha risposto con entusiasmo e sacrifici alla chiamata europea. Oggi ne subisce più di tutti, escludendo tragedie greche e drammi iberici, l’anima rigorosa, protestante, e anche un po’ approfittatrice (indebolire il vicino per star meglio a casa propria, logica in realtà suicida), oltre che la pretesa giacobina e illusoria di imporre unità durevole a un organo disomogeneo senza un solido consenso popolare, anzi facendosi beffe del consenso. E questo non lo dico io, non lo dice Ceronetti, ma lo dicono i dati economici e sociali e il nichilismo strisciante di una gioventù dal futuro nebbioso e cupo.

WERNER SOMBART E LA FANCIULLEZZA AMERICANA

Cominciamo dall’America scioccata e sorpresa delle grandi metropoli, l’America dei liberals conformisti, dei benpensanti benestanti, delle università, dei “progressisti” e dei colti, l’America che vive in una bolla, sterilizzata da anni, ormai lustri, di pensiero debole e politicamente corretto. L’America billclintoniana e poi obamiana e hilaryniana, pacifista ma guerrafondaia, giacobina, snob ma dalla parte del popolo, senza essere parte del popolo. L’America che sembra pendere a sinistra, ma che Wall Street tollera e sostiene, perché prevedibile, moderata e intimamente godereccia, venale, sempre meno incline agli sforzi, ai sentimenti tellurici, al lavoro duro e ai sacrifici. A questa America supponente una sonora sconfitta e un bagno d’umiltà non può che far bene. Sta infatti già facendo autocritica, attraverserà un periodo di “rifondazioni” e/o “ripensamenti”, come ogni “sinistra” o post-sinistra che si rispetti. E forse si ripresenterà vincente, con idee nuove, con una faccia più pulita, più credibile e più popolare. Ma intanto, e qui è il problema, dovrà imbastire, turandosi il naso, un difficilissimo rapporto di convivenza col suo nemico pubblico numero 1. Questo impresentabile, volgarissimo Donald Trump. Cafone ma vincente.

Sembra impossibile parlare di D. T. senza affibbiargli una lista di sgradevoli epiteti, e in effetti il personaggio non si presta a elogi sinceri e a convinta stima. Dubito persino che possa guadagnarsi il non brillante titolo di “meno peggio”. Ma gli americani lo hanno scelto come Presidente. Punto. Che a lui e alla Clinton molti preferissero il rimpianto Sanders o addirittura Topolino, non importa più, per adesso.

Se i signori della finanza vorranno fare lo sgambetto al neopresidente, nell’improbabile caso che questi decida d’ingaggiare un duro corpo a corpo con i prestigiatori del denaro, magari lo faranno fuori: assolderanno un assassino che poi, come da tradizione, in circostanze misteriose si suiciderà. Oppure, come sostiene il sempre lucido e informato sito d’informazione finanziaria Zero Hedge, dato che l’economia americana si tiene in piedi da anni grazie a overdose di debito pubblico e alle politiche monetarie ultra-espansive di mamma Fed, potrebbe bastare un piccolo “incidente” per provocare una nuova crisi, facendone ovviamente ricadere la colpa sul biondone.

Io mi sbilancio, e dico che non succede. Perché Trump non è affatto l’uomo del cambiamento, come qualcuno si è subito affrettato a dire, ma incarna appieno lo spirito del tempo. Come imprenditore rampante e bancarottiere, prima che uomo politico (politico non lo è mai stato fino a l’altro ieri) è un simbolo della degenerazione del capitalismo odierno, e della classe che lo rappresenta, la borghesia. È peggio del popolo – in maggioranza onesto e probabilmente non rampante – che dice di voler rappresentare, e che lo vota, un po’ per disperazione un po’ perché Donald, in effetti, è un bravo piazzista e un abile imbonitore.

Quando parlo di degenerazione della borghesia e del capitalismo (i due processi sono inevitabilmente intrecciati), mi riferisco a ciò che Werner Sombart, in un libro di cent’anni fa, illuminante e premonitore, e ancora attuale, Il Borghese, scrisse relativamente al nuovo uomo economico, in inarrestabile ascesa dovunque, in special modo negli Stati Uniti. Cito dall’edizione Longanesi del 1978, pp. 135-136:

Se si comincia dunque ad analizzare per proprio conto la psiche dell’uomo economico moderno, allora in tali indagini ci si imbatte nel bambino. Mi sembra infatti che la struttura psichica dell’imprenditore moderno, come dell’uomo moderno, sempre più contagiato dal suo spirito, divenga più facilmente comprensibile se ci trasportiamo nel mondo delle rappresentazioni e dei valori fanciulleschi.

Il professore tedesco pensava ai ricchissimi magnati della sua epoca, i Carnegie e i Rockefeller, borghesi moderni, ormai ben lontani dalla tradizione di frugalità, integrità e disciplina spirituale che caratterizzò gli illustri protagonisti del paleocapitalismo. Permeati di una mentalità accumulatrice, insaziabili campioni del progresso illimitato fine a se stesso, Sombart li accostò a dei fanciulli. Ma la sua metafora è validissima ancora oggi. Il bambino ha quattro valori fondamentali, sui quali basa la sua visione del mondo: la grandezza materiale, la rapidità del movimento, la novità, il senso della potenza. Non è questa una descrizione perfetta della forma psichica del neoeletto presidente? È un megalomane, ossessionato dalle dimensioni e dagli eccessi. Pensiamo ai suoi progetti edilizi: grattacieli pomposi, palazzoni, casinò immensi, ridondanti e pacchiani. Si fa scarrozzare su un aeroplano, mezzo rapido per eccellenza, ultramoderno. È un maniaco delle novità, sempre alla ricerca di nuovi giocattoli, siano donne o modi ingegnosi ‒ e comodi ‒ di far soldi: sembra non accontentarsi mai. È un egocentrico nato, avido di potere, afflitto da un complesso di superiorità, da manie di protagonismo. La dimostrazione suprema di ciò, la candidatura alla Presidenza, senza alcun cursus honorum. Quasi un gioco, nel quale Donald il fanciullo recita la parte del capo.

Ho seri dubbi, quindi, che la greatness che Trump, travestendosi da conservatore e da tradizionalista, desidera restituire al suo Paese, possa ricondursi a una dimensione morale, e non sia in realtà quella di un grasso conto in banca o di un mega-attico con vista su Manhattan.

Se i suoi elettori, in particolare quelli appartenenti alla middle class, sono consapevoli dei veri ideali del cosiddetto “trumpismo”, e lo hanno votato con convinzione, e non per esclusione, allora vuol dire che la piccola e media borghesia americana, che il popolo dell’America profonda è veramente al capolinea. Che il fanciullismo, malattia delle civiltà morenti, ha spodestato la virilità modesta e orgogliosa del buon padre di famiglia, del piccolo proprietario. Che siamo ai saluti finali. Bye bye, USA. Voglio essere ottimista, per una volta, e pensare che abbiano preso solo un abbaglio, anche se bello grosso. Che si pentiranno e che questa di Trump rimanga solo una parentesi storica, seppur ignominiosa. Altrimenti si dovrà presto parlare (qualcuno dirà: «Finalmente!», qualcun altro: «Te ne accorgi solo adesso?») del tramonto di un sogno: del sogno americano, abbandonato nelle mani di un imprenditore kitsch e decadente e alle elucubrazioni distaccate di un social-liberalismo sbiadito, élitario, salottiero.